Friday, November 27th
2:21pm

ambient  
Denuclearizzato.

Mi piace pensare che serva a qualcosa.

Sito denuclearizzato


 

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Wednesday, November 25th
Fire Tibet.

Oggi voglio scrivere un post "controcorrente", su argomento di cui si è molto parlato in passato (in occasione delle Olimpiadi Cinesi, per esempio), ma che ora sembra essere finito nel dimenticatoio mediatico

Controcorrente perchè non vuole essere uno dei soliti interventi che si vedono in giro in cui il paladino di turno si erge in difesa della libertà, della democrazia e del buddhismo contro i soprusi della Cina comunista.

Vi dirò di più, per oggi lascerei da parte i cinesi (cattivoni) e prenderei in considerazione la struttura politco-sociale di questo Paese prima dell'invasione cinese del 1950.

Iniziamo col dire due parole sul buddhismo tibetano che, personalmente, ritengo la negazione totale degli insegnamenti del Buddha, siccome il Gautama ce l'aveva con i Bramini e con la lora funzione di "mediatori" con il divino, per lui l'illuminazione e con essa la percezione del divino è faccenda assolutamente personale e soggettiva e nessuno se non tu stessa può farti raggiungere il nirvana e non ci sono riti o templi che ti possano aiutare se non sorge dall'interno di te.

Nel buddismo tibetano, invece, questo messaggio è stato snaturato.
Il Dalai Lama è il Buddha in terra, un po' come il papa si ritiene "vicario di cristo".

Politicamente e economicamente parlando tutto il potere era nelle mani dei monaci (una vera e propria "teocrazia"), la popolazione era ridotta in stato di schiavitù ed era considerata meno di un animale da soma. Si trovano dei racconti veramente terribili sulle condizioni di vita a quel tempo nei libri "Segreto Tibet" e "Sette Anni In Tibet".

Incollo un estratto di "Sette Anni In Tibet" che è abbastanza esplicativo:

<cit>


Facciamo parlare Harrer.

“La supremazia dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una severa dittatura. I monaci diffidano di ogni influsso che possa mettere in pericolo la loro dominazione”. Ad essere punito non è soltanto chi agisce contro il “potere” ma anche “chiunque lo metta in dubbio” (HH p. 76).

Al vertice dell’organizzazione politica, economica e sociale stanno i monaci e i loro funzionari. Il popolo è tenuto in schiavitù, venduto e comprato come un capo di bestiame o un qualsiasi oggetto.

Esso viene sottoposto a fatiche bestiali e inutili: “Circa venti uomini erano legati alla cintura da una corda e trascinavano un immenso tronco, cantando in coro le loro lente nenie e avanzando di pari passo. Ansanti e in un bagno di sudore non potevano soffermarsi per pigliare fiato, perché il capofila non lo permetteva. Questo lavoro massacrante rappresenta una parte delle loro tasse, un tributo da sistema feudale”. Sarebbe stato facile far ricorso alla ruota, ma “il governo non voleva la ruota”. Secondo Harrer, non ha senso versare lacrime sul popolo tibetano di quegli anni: “forse così era più felice” (HH pp. 159-160).

Il rapporto che legava il popolo al Dalai Lama era lo stesso che separava gli schiavi dai padroni. Con in più tutti gli obblighi derivanti dalle prescrizioni religiose, tra le quali quelle che gli impedivano di rivolgere al Dio Re non solo la parola, ma anche lo sguardo. Un popolo costretto alla stessa miseria materiale e spirituale che convinse il giovane principe Gautama a diventare il Budda riproposta, in suo nome, da una casta di monaci.

Ecco come descrive Harrer una processione alla quale partecipa l’attuale Dalai Lama: “Le porte della cattedrale si aprirono e lentamente uscì il Dalai Lama […] Devota la folla si inchinò immediatamente. Il cerimoniale religioso esigerebbe che la gente si gettasse per terra, ma era impossibile farlo a causa della mancanza di spazio. Migliaia di persone curvarono invece la schiena, come un campo di grano sciabolato dal vento. Nessuno osava alzare gli occhi. Lento e compassato il Dalai Lama iniziò il suo giro intorno al Barkhor […] Le donne non osavano respirare”. Dopo la cerimonia religiosa la massa dei fedeli si scioglie e “Come ridestata da un sonno ipnotico la folla in quel momento passò dall’ordine al caos […] I monaci-soldato entrarono subito in azione […] All’impazzata facevano mulinare i loro bastoni sulla folla […] Ma nonostante la gragnuola di colpi, i battuti ritornavano come fossero posseduti da demoni […] Adesso accettavano colpi e frustate come una benedizione. Fiaccole di pece fumosa cadevano sulle loro teste, urla di dolore, qui un volto bruciato, là i gemiti di un calpestato!” (HH pp. 157-8).

Nel Tibet lamaista la mortalità infantile ha picchi altissimi, la durata media della vita è incredibilmente bassa e la medicina occidentale è sconosciuta, praticamente bandita.

I monaci, tuttavia, impongono farmaci molto particolari: “spesso i lama ungono i loro pazienti con la propria saliva santa; oppure tsampa e burro vengono mescolati con l’urina degli uomini santi per ottenere una specie di emulsione che viene somministrata ai malati” (HH p. 194). Lo stesso Harrer non riesce a “giustificare il fatto che si bevesse l’urina del Buddha Vivente”, cioè del Dalai Lama e manifesta le sue perplessità direttamente al “Dio-Ragazzo”, che è stato “persuaso a credere nella reincarnazione” (HH p. 248). Le sue domande producono scarsi risultati, ma lo scrittore se ne fa presto una ragione. Il Dio-Re “in fondo non se ne preoccupava troppo”. Così Harrer, messe rapidamente da parte le sue riserve, c’informa che “In India, del resto, era uno spettacolo giornaliero vedere la gente bere l’urina delle vacche sacre” (HH p. 294).

Abituati dalla propaganda anti cinese siamo stati convinti che il Tibet lamaista fosse un’oasi di pace e nonviolenza. Viceversa il Tibet, compreso quello dell’ultimo Dalai Lama, è carico di violenza.

Le punizioni possono essere anche trasversali e colpire i parenti del responsabile di una mancanza anche assai lieve o persino immaginaria (HH p. 79). La giustizia è amministrata da monaci e funzionari in modo sommario e brutale, “Mi raccontarono di un uomo che aveva rubato una lampada dorata al burro da uno dei templi di Kyirong. Fu dichiarato colpevole del reato, e quella che noi avremmo considerato una sentenza disumana fu portata a compimento. Gli furono pubblicamente mozzate le mani, e il suo corpo mutilato, ma ancora vivo fu avvolto in una pelle di yak bagnata. Quando smise di sanguinare, venne gettato in un precipizio” (HH p. 75).

Ma anche reati minori, ad esempio “il gioco d’azzardo”, possono essere puniti in modo spietato se commessi nei giorni di festività solenni: “i monaci sono a tale riguardo inesorabili e molto temuti, perché più di una volta è avvenuto che qualcuno sia morto sotto la rigorosa flagellazione, la pena usuale” (HH pp. 153-4). La violenza più selvaggia caratterizza i rapporti non solo tra “semidei” e “esseri inferiori”, ma anche tra le diverse frazioni della casta dominante: ai responsabili delle frequenti “rivoluzioni militari” e “guerre civili” che caratterizzano la storia del Tibet lamaista (l’ultima si verifica nel 1947), vengono fatti “cavare gli occhi con una spada” (HH pp. 224-5). Harrer nota che “le punizioni sono piuttosto drastiche, ma sembrano essere commisurate alla mentalità della popolazione” (HH p. 75). Nonostante questo il Tibet lamaista viene descritto all’opinione pubblica occidentale come un paradiso di pace sociale, un’oasi incantata di non violenza e lo stesso Dalai Lama, nel suo “Messaggio” finale ad Harrer, si abbandona ad una struggente nostalgia degli anni vissuti da Dio-Re: “ricordiamo quei giorni felici che trascorremmo assieme in un paese felice” ovvero, secondo l’informazione corrente, in un paese libero.

</cit>

Aggiungerei inoltre che la sovranità cinese sul Tibet ha alle spalle secoli e secoli di storia. Il Tibet è territorio cinese dal tempo in cui in Europa non esistevano ancora gli Stati nazionali. I primi a mettere in discussione la sovranità cinese sul Tibet sono stati i fautori dell’imperialismo britannico.
Come si legge in un manuale di storia asiatica (uno qualunque), i tentativi di distruggere la sovranità cinese sul Tibet sono la conseguenza di una politica volta allo “smantellamento della Cina”.


Non sono soltanto i comunisti cinesi a considerare il Tibet parte della Cina. Sun Yat-sen, primo presidente della Repubblica nata dal rovesciamento della dinastia Manciù, ne era convinto. Quando gli inglesi gli chiesero di partecipare attivamente alla Prima Guerra Mondiale per poter recuperare alla Cina i territori che la Germania le aveva strappato, lui rispose: “Voi vorreste strapparci anche il Tibet!”.


Prima della guerra fredda Washington riconosceva che il Tibet era territorio cinese. Ancora nel 1949 il Dipartimento di Stato Americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina con una mappa che mostrava tutta la Cina, Tibet incluso dunque.

Tutto considerato non credo che i Tibetani se la passerebbero molto meglio da Stato indipendente.

Saluti

 

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Thursday, November 12th
10:11am

fede 2.0  
Crocifisso.

Fossi cristiano rabbrividirei.
Ridurre Cristo crocifisso in un segno di appartenenza che marca il territorio di uno Stato e difenderlo come simbolo nazionale significa aver completamente travisato la fede cristiana. Cristo si affidò ad una parola nuda da annunciare, non a simboli nazionali da preservare.
Mi vergognerei nel vedere il Crocifisso difeso da personaggi che del Cattolicesimo non sanno nulla di nulla.
"Cristiani per partito preso" che non hanno la minima idea di cosa predichi la loro religione, ma ne hanno solo una visione politica che la riduce ad un manuale sui gusti sessuali.
Fossero veramente cattolici saprebbero che non serve un pezzo di legno per portare Gesù in un'aula, ma basta che si comportino come fratelli tra di loro.
È questo il simbolo della loro religione.
Questo atteggiamento di amore fraterno dovrebbe testimoniare la loro cristianità, eppure io l'ho visto praticare molto di rado da questi soggetti.
Difendono una croce perchè pensano rappresenti la loro fede, ma poi si scordano di comportarsi come cristiani.
La verità è che probabilmente il loro Vangelo non l'hanno neanche mai letto e probabilmente neanche un libro di storia, già, perchè sostenere che il crocifisso costituisce un dato culturale e storico più che religioso, connaturato all’italianità, è dire il falso e forzare l’evidenza dei fatti. Si dimenticano che esso è stato imposto dal fascismo assieme al ritratto del Duce e alla dichiarazione del cattolicesimo come religione di Stato.
 E anche se fosse una tradizione, vi ricordo che le tradizioni muoiono.
Non so quanti di voi seppelliscano il faraone in un'enorme piramide, sacrifichino un agnello a Pasqua o non mangino carne il venerdì.
Ho persino dei dubbi su quanti cattolici vadano effettivamente a messa tutte le domeniche.
Le tradizioni finiscono, gli usi e i costumi del passato non sono per forza corretti e immutabili.
Ora però lo dico che il cristianesimo è STATO sicuramente un'importante radice culturale europea.
Nessuno con una minima conoscenza della storia oserebbe negarlo.
Il Cristianesimo ha costituito il passato dell'Italia e dell'Europa (al pari della cultura greca, eppure io non sto assistendo ad una battaglia per la difesa del busto di Platone in classe), ma non il presente.
Non rappresenta più nulla del pensiero moderno, già solo il fatto di pensare di avere dei diritti denota quanto s-cristianizzata sia la cultura moderna.
Ragionassimo in senso cristiano la persona non dispone di alcun diritto, ne dispone Dio.
Ragionassimo in senso cristiano saremmo in mano alla Provvidenza e basta.
Faccio un piccolo esempio:
Se noi pensassimo teologicamente non potremmo affermare che la persona abbia dei diritti quali la vita, perchè ciò porterebbe a pensare che Dio non ce li possa togliere.
Cosa contraddittoria visto che Dio ha il diritto di toglierci la vita a suo piacimento.
Io rifiuto il crocifisso, in quanto simbolo di una religione che non rappresenta nè me nè il pensiero moderno.


Concludendo: learn2religion e tanti Saluti

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